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IL COLORE COME LENIMENTO PER LA FERITA DELL’ABBANDONO


Diventare arteterapeuta del colore secondo il Metodo Stella Maris significa compiere un percorso personale, prima, e prendersi cura degli altri, dopo.

Marzia Maier racconta in prima persona cosa significa aiutare il prossimo afflitto dalle ferite dell’anima: il colore utilizzato secondo “metodo” , attraverso la guida dell’arteterapeuta, aiuta ad entrare in se stessi e a trasformare il dolore in nuova forza ed armonia.


Il mio approccio all’Arteterapia del colore secondo il Metodo Stella Maris nasce, dopo 4 anni di studio e tirocinio, da una profonda necessità interiore. Frequentare la formazione presso la Scuola Stella Maris mi ha permesso di maturare, cambiando il mio punto di vista, di fronte a molti accadimenti.

Nel corso della mia vita ho sempre avuto a che fare con forme di sofferenza, legate perlopiù a malattie fisiche. Che tassello rappresentano nella vita di ognuno?

E perché, prima o dopo, tutti dobbiamo conoscere forme di dolore e disagio, e prenderle seriamente in considerazione?

Ho cercato di capire come fosse possibile lenire questo dolore, servendomi dello strumento dell’Arteterapia.


Guarire le ferite dell’anima

Tutto parte dal testo di Lise Bourbeau, “Le 5 ferite e come guarirle”.

Un testo del 2002, nel quale si indagano le ferite dell’anima e si pone l’accento sulle relative maschere che il nostro ego tende a costruire, proprio per non sentire dolore. Le denominiamo “ferite dell’anima” perché la nostra anima vive una grande sofferenza quando viene allontanata dal suo progetto originario. Infatti, anche secondo la Scienza dello spirito, noi sviluppiamo delle forze nel corso delle nostre vite, proprio in base alle ferite che siamo riusciti ad attraversare e a risolvere. Continuiamo avenire al mondo” incontrando le ferite che dobbiamo imparare ad accettare come primo passo per superarle. Spesso non sono semplici da cogliere, perché, ad esempio, dietro la ferita del tradimento può esserci l’abbandono, o il rifiuto dietro quella dell’ingiustizia. La fisiognomica e l’attenta osservazione possono contribuire ad aiutarci anche ad individuare tratti comuni della stessa ferita, per meglio riconoscerla, comprenderla e risolverla.

La nostra anima vive una grande sofferenza quando viene allontanata dal suo progetto originario

Abbandono e dipendenza

La ferita dell’abbandono, nello specifico, crea la maschera della “dipendenza”.

Oggi ci si allontana sempre di più dal senso morale comune, e sovente si diviene “dipendenti” da qualcosa. Creare la maschera ci aiuta a non sentire dolore ma in questo modo sabotiamo la nostra esistenza. Un percorso di consapevolezza, l’accettazione ed il perdono sono le chiavi per ritrovare la felicità nella nostra vita. Devono essere superati il senso di colpa, la paura ed il rimpianto.

Creare maschere ci aiuta a non sentire dolore ma in questo modo sabotiamo la nostra esistenza

Marzia Maier


L’Arteterapia del colore può aiutarci ad imparare dalle esperienze dolorose, prima di tutto iniziando ad osservare il nostro pensare sentire e volere. Più spesso indossiamo la maschera, più antica e profonda sarà la ferita. Quando indossiamo la maschera non siamo davvero noi stessi, è il nostro ego a prendere il sopravvento.


La pittura terapeutica

L’anima arriva in un corpo fisico che percepisce come materia terminale, e si crede un corpo fisico. L’anima risente del suo sentirsi corporea e inizia a percepire la sofferenza. Essa, dimenticando la sua origine divina, diventa un “ego” che “scorda” il suo progetto celeste. Ma come l’uomo stesso costruisce le maschere, egli ha anche il potere di disfarsene. Per farlo deve intraprendere un percorso di autoconoscenza e autoeducazione che proprio il lavoro dell’Arteterapeuta può promuovere.

Il lavoro di ricerca mi ha portato a considerare vari strumenti per gestire la relazione di aiuto.

In primis una serie pittorica terapeutica per gestire la ferita dell’abbandono.

Si snoda in 11 dipinti alcuni dei quali, i centrali, ripercorrono la fiaba dei fratelli Grimm: Hansel e Gretel. La fiaba è un ottimo strumento di supporto per nutrire la coscienza immaginativa della persona “abbandonata”. Si lega un esercizio pittorico ad un momento catartico della fiaba.


Altro balsamo che è stato individuato per la ferita dell’abbandono risiede nella seconda beatitudine del Discorso della montagna pronunciato da Gesù. “Beati gli afflitti perché saranno consolati”. I beati non sono banalmente coloro che potremmo ritenere “fortunati”, ma come ci dice Rudolf Steiner: “Beati gli afflitti se, tendendo al Cristo e ricolmandosi della nuova verità, sperimenteranno in sé la consolazione per ogni dolore.” Perché in realtà, il fine occulto del sermone della montagna fu quello di attivare nuove forze nell’Io superiore dell’uomo. Marzia Maier


Il lavoro dell’Arteterapeuta è proprio quello di mettere in moto la coscienza ispirativa della persona afflitta, permettendogli, con l’esperienza del colore, di ascoltare il suo più intimo sentire, al fine di riallacciare il proprio progetto di destino. Il colore vive nel dualismo di luce e tenebra, corrispettivo a quello dell’anima umana. Così come ogni colore è luce adombrata, la sofferenza umana può trovare un punto di luce in sé stessa, per trasformare le forme di sofferenza in forme di ritrovata e rinnovata armonia.


Marzia Maier, erborista e floriterapeuta, arteterapeuta del colore ad indirizzo antroposofico secondo il Metodo Stella Maris, tiene seminari e corsi a Roma e Firenze.

Marzia Maier è diventata arteterapeuta del colore seguendo la formazione quadriennale presso la Scuola Stella Maris: se anche tu senti la vocazione ad aiutare il prossimo e vuoi scoprire il percorso arteterapeutico.


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